giovedì 11 giugno 2009

Un referendum beffa

Da: Domenico Gallo

Le ragioni per dire No al referendum elettorale in 50 punti.

Prima parte: considerazioni sulla vigente legge elettorale


Siamo tutti scontenti della vigente legge elettorale, unanimemente denominata “porcellum” con la quale si è votato nelle ultime due tornate elettorali (2006 e 2008).

Due sono i principali aspetti negativi di questa legge: le liste bloccate ed il premio di maggioranza.

Questa legge, attraverso le liste bloccate, ha espropriato gli elettori di ogni residua possibilità di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, conferendo a una ristrettissima oligarchia di persone (i capi dei partiti politici) il potere di determinare al 100% la composizione delle Assemblee legislative.

Con questo sistema elettorale i nomi dei candidati sono persino scomparsi dalla scheda elettorale, con la conseguenza che le scelte dei candidati operate dai capi dei partiti non possono in alcun modo essere censurate, sconfessate o corrette dal corpo elettorale.

Di conseguenza tutti i “rappresentanti del popolo” sono stati nominati, da oligarchie di partito, svincolate da ogni controllo popolare.

In questo modo gli eletti, più che rappresentanti del popolo, sono – anche in senso tecnico – dei delegati di partito, anzi del capo politico che li ha nominati, al quale sono legati da un vincolo di fedeltà estremo, restando così fortemente pregiudicato il principio sancito dall’art. 67 della Costituzione che prevede che “ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Il premio di maggioranza è un meccanismo truffaldino che interviene a manipolare la volontà espressa dagli elettori, trasformando – per legge – una minoranza in maggioranza.

Un sistema così fortemente distorsivo della volontà popolare non esisteva neppure nella c.d. “legge truffa” del 1953, che prevedeva che, per ottenere il premio di maggioranza, occorresse ottenere almeno la maggioranza dei voti popolari.

Con la legge truffa per conseguire il premio di maggioranza, che mirava a rendere più stabile il governo, occorreva godere del consenso della maggioranza degli elettori, la legge vigente, invece, trasforma una minoranza in maggioranza (attribuendogli per legge il 54% dei seggi alla Camera) e sancisce il principio che per governare non occorre il consenso della maggioranza degli elettori.

La vigente legge elettorale ha introdotto delle soglie di sbarramento per l’accesso alla Camera ed al Senato che, se appaiono ragionevoli per i partiti che si riuniscono in coalizione (2% alla Camera e 4% al Senato), sono del tutto irragionevoli per i partiti esclusi dalle coalizioni (4% alla Camera e 8% al Senato). In questo modo milioni di elettori vengono esclusi dalla possibilità di essere rappresentati in Parlamento.

Infine la vigente legge elettorale, con l’indicazione sulla scheda del candidato alla presidenza del Consiglio, introduce una sorta di investitura popolare del Capo politico, mortificando il ruolo del Presidente della Repubblica a cui la Costituzione assegna il compito di nominare il Presidente del Consiglio.

Seconda Parte: quali modifiche introduce il referendum, con quali conseguenze


Il referendum proposto non corregge nessuno dei difetti del “porcellum” ma, al contrario, li aggrava, esaltandone le conseguenze negative.

Il refendum non restituisce agli elettori il potere di scelta dei propri rappresentanti politici, che la legge vigente ha sequestrato per conferirlo nella mani dei partiti, conservando le liste bloccate.

Il referendum propone sostanzialmente due modifiche della vigente legge elettorale: a) attribuisce il premio di maggioranza alla lista, che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre liste concorrenti, abrogando la possibilità che il premio venga attribuito ad una coalizione di partiti; b) determina il raddoppio delle soglie di sbarramento confermando per tutti la soglia del 4% alla Camera dei Deputati e dell’8% al Senato (che la legge attuale impone soltanto ai partiti non coalizzati)

Le conseguenze che verrebbero fuori dalla legge elettorale modificata dal referendum sarebbero nefaste per la democrazia e ne sovvertirebbero il suo metodo basilare per il quale le decisioni si prendono a maggioranza.

La nuova disciplina elettorale sancirebbe il principio che il potere di governo spetta ad una minoranza e deve essere consegnato – per sempre – nelle mani di un solo partito, a prescindere dal livello del consenso popolare ricevuto

Infatti, attribuire il premio di maggioranza ad una sola lista determina un incremento esponenziale del premio stesso, sovvertendo il rapporto fra i voti espressi ed i seggi ottenuti.

Nelle elezioni del 2006, a fronte di una ampia coalizione di forze politiche, che ottenne alla Camera il 49,8 %, il premio di maggioranza è stato del 4 %. Nelle elezioni del 2008, a fronte di una coalizione meno ampia, che ottenne il 46,8%, il premio di maggioranza è stato dell’7%. Se si fosse votato nel 2008 con il sistema elettorale proposto dai referendari, la lista più votata (il PdL) con il 37,4% dei voti, avrebbe ottenuto il 54% dei seggi, cioè si sarebbe giovata di un premio di maggioranza del 16,6%. Vale a dire a un solo partito sarebbe stata attribuita dalla legge elettorale quasi il 50% in più della rappresentanza che gli sarebbe spettata in base ai voti ricevuti dagli elettori (cioè gli sarebbero spettati oltre 100 seggi in più rispetto ai voti ricevuti) .

Con questo sistema viene attribuito ad una singola lista un premio di maggioranza di proporzioni inusitate, che può consentire ad un singolo partito di ottenere in Parlamento una rappresentanza doppia rispetto al consenso ricevuto, a danno di tutti gli altri partiti e di tutti gli altri elettori.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 15/2008, pur dichiarando ammissibile il referendum elettorale, ha adombrato un pesante sospetto di incostituzionalità segnalando al Parlamento: “l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi.”

Attraverso questo spropositato premio di maggioranza resta pregiudicato il principio costituzionale che il voto è uguale per tutti. Non tutti i cittadini saranno uguali nel voto perché il voto di taluni varrà il doppio rispetto al voto degli altri, tanto da consentire a una minoranza di diventare ex lege maggioranza e di fondare il governo non più sul consenso della maggioranza, ma su quello di una minoranza del corpo elettorale.

L’ulteriore effetto negativo è quello della riduzione forzata del pluralismo politico dovuta all’effetto combinato dell’incremento del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento.

Il corpo elettorale, proprio per la presenza di un così grave e destabilizzante premio di maggioranza, sarà costretto ad orientare le sue scelte sulle due principali liste in competizione. Ciò indebolirà tutti gli altri partiti, rendendo ancora più difficile superare lo sbarramento delle soglie raddoppiate dalla disciplina risultante dal referendum.

In questo modo dal bipolarismo forzato si passerà a un bipartitismo forzato, non determinato da scelte genuine del corpo elettorale, ma imposto dalle costrizioni del sistema elettorale

Questa situazione mortificherà ulteriormente la rappresentanza, riducendo la possibilità che il corpo elettorale possa ottenere che nel sistema politico siano rappresentati i bisogni, le esigenze, le culture ed i valori presenti nel popolo italiano.

In questo modo verrà introdotta, di fatto, una sorta di democrazia dell’investitura al posto della democrazia fondata sulla rappresentanza e la partecipazione dei cittadini come prevista dalla Costituzione

La riduzione del pluralismo politico nelle assemblee legislative e la posizione di rendita assicurata a un solo partito politico, metterà a rischio la Costituzione, consegnandone il suo destino nelle mani di una sola parte politica

L’attuale maggioranza politica, infatti, non può modificare a suo piacimento la Costituzione perché non dispone della maggioranza dei due terzi richiesta per escludere il referendum sulle leggi di modifica della Costituzione

Se si fosse applicata alle elezioni del 2008 la legge elettorale con le modifiche proposte dai referendari, con lo stesso numero di voti, le forze politiche della attuale maggioranza (PDL + Lega) disporrebbero di circa il 62% dei seggi alla Camera. Con un piccolo sforzo potrebbero ottenere la maggioranza di due terzi necessaria per cambiare la Costituzione senza dover affrontare il giudizio del popolo italiano attraverso il referendum..

In questo modo si realizzerebbe una sorta di dittatura della minoranza, in quanto un solo partito, senza avere il consenso della maggioranza del popolo italiano, avrebbe nelle sue mani il controllo del Governo e la possibilità di eleggere – da solo – il Presidente della Repubblica, mentre una sola parte politica (cioè il partito beneficiato dal premio di maggioranza più i suoi alleati) avrebbe la possibilità di nominare i giudici della Corte Costituzionale e di modificare a suo piacimento la Costituzione.

Gli effetti che il referendum produrrebbe sul sistema politico sono stati già parzialmente sperimentati nelle elezioni politiche del 2008, quando i capi dei due principali partiti in competizione hanno deciso di restringere le coalizioni, limitandole ad una alleanza fra due soli partiti. In questo modo i partiti esclusi dalla possibilità di competere per il premio di maggioranza hanno perso una parte del loro genuino consenso elettorale e sono stati stroncati dal raddoppio delle soglie di sbarramento alla Camera ed al Senato.

In conseguenza di questa interpretazione delle legge elettorale sulla scia del modello proposto dal referendum, circa tre milioni di persone hanno perso ogni forma di rappresentanza in Parlamento, sono stati, pertanto, esclusi dal circuito della democrazia, mentre il tasso di astensionismo è cresciuto, essendo diminuita la partecipazione al voto dall’83,6% (2006) all’80,5% (2008).

Questa situazione di espulsione dal circuito democratico di milioni di persone, che abbiamo già sperimentato nelle elezioni del 2008, non sarebbe corretta dalle conseguenze del referendum, al contrario essa sarebbe ulteriormente aggravata perché le soglie di sbarramento raddoppiate varrebbero in ogni caso e per tutti i partiti.

Il sistema elettorale prefigurato dal referendum non esiste in nessun ordinamento di democrazia occidentale ma non rappresenta una novità assoluta nel nostro paese. Esso infatti si ispira alla legge “Acerbo” voluta da Mussolini, ed stato già sperimentato, nella storia d’Italia con le elezioni del 1924 che, schiacciando l’opposizione e le minoranze, aprirono la strada alla dittatura fascista.

Tuttavia la legge Acerbo era più democratica della disciplina che viene fuori dal referendum. Essa, infatti prevedeva che per accedere al premio di maggioranza, la lista più votata dovesse comunque superare la soglia del 25% dei voti e non imponeva soglie di sbarramento.

Per questo nel Parlamento del 1924 ebbero accesso – sia pure a ranghi ridotti - tutte le forze d’opposizione, mentre nel Parlamento repubblicano eletto nel 2008 con il metodo referendario, le opposizioni sono state drasticamente falcidiate.

Una situazione simile a quella del 1924 si produrrebbe di nuovo in Italia se venisse approvato il referendum.

Il principio democratico della rappresentanza verrebbe colpito a morte perché non vi è rappresentanza senza pluralismo e senza la libertà del corpo elettorale di scegliere le persone e le forze politiche da cui farsi rappresentare. Di conseguenza verrebbe meno il carattere democratico della forma di Governo.

Si produrrebbe quindi, attraverso la riforma elettorale, una riforma di fatto della Costituzione.

Il modello di democrazia, concepito dai padri costituenti, fondato sul pluralismo, sulla centralità del Parlamento e sulla partecipazione popolare dei cittadini associati in partiti, verrebbe definitivamente stravolto e sostituito da un ordinamento oligarchico.

Terza parte: come opporsi al referendum beffa


Per non tornare al 1924 bisogna respingere il referendum, utilizzando gli strumenti che la Costituzione ha messo a disposizione del corpo elettorale.

I Costituenti hanno previsto che i proponenti del referendum abrogativo devono superare una doppia soglia di consenso per poter raggiungere lo scopo dell’abrogazione della legge contestata. Per questo la Costituzione prevede che la proposta è approvata soltanto se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

A differenza che nelle elezioni politiche, che mirano al rinnovo di assemblee politiche le quali devono necessariamente essere rinnovate, nel referendum il voto non è un dovere civico, in quanto la proposta di abrogazione non deve necessariamente essere approvata o respinta. Nel referendum gli elettori scelgono liberamente se andare o non andare a votare, a seconda dei risultati che vogliono conseguire.

Questa volta la chiamata degli elettori alle urne per il referendum nasconde un inganno: essa sfrutta l’insoddisfazione generale che tutti noi nutriamo verso questa legge elettorale (il porcellum) per spingerci ad un voto che, qualunque sia il risultato, non può avere altro effetto che quello di rafforzare il porcellum.

Infatti, se prevalessero i no, l’effetto sarebbe quello di blindare l’attuale legge elettorale. Il referendum, anche se non crea un vincolo costituzionale, crea un vincolo politico, rendendo impossibile che la legge, confermata dalla consultazione popolare, possa essere modificata dal Parlamento.

Se prevalessero i si, ugualmente l’effetto sarebbe quello di blindare l’attuale legge elettorale, nella versione peggiorata proposta dai referendari. Il parlamento non potrebbe metterci mano per effettuare delle modifiche, perché vincolato dalla volontà popolare espressa attraverso il voto referendario

Per questo si tratta di un referendum beffa: ci chiama alle urne per ammazzare il porcellum, ma in realtà lo ingrassa e lo rende intoccabile, qualunque sia la risposta al quesito referendario.

L’unico modo per non essere beffati, per dire NO alla proposta referendaria, è quello di disubbidire alla chiamata alle urne che i proponenti vogliono imporre al popolo italiano.

E’ questa l’unica strada per lasciare aperta la possibilità di una riforma elettorale che restituisca agli elettori i poteri che ci sono stati confiscati con il porcellum.

Per questo diciamo No al referendum elettorale, non andando a votare e rifiutando le schede del referendum, se chiamati alle urne per il ballottaggio.

Comunicato Stampa referendum elettorale A CHI GIOVA? 12 giugno Pancho Pardi a Faenza e a Ravenna

Da: Paola Patuelli

Care amiche, cari amici,

il Direttivo della Associazione nazionale Salviamo la Costituzione, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro, nella riunione di ieri, 9 maggio, a Roma, ha dato di nuovo mandato ai Comitati presenti nei vari territori di continuare l’opera di informazione sui quesiti del referendum elettorale del prossimo 21 giugno e sugli esiti peggiorativi rispetto alla Costituzione che avrebbe un eventuale successo del SI.



Segue il Comunicato appena inviato alla stampa che informa di una iniziativa dei Comitati in Difesa della Costituzione della provincia di Ravenna, che vi preghiamo di rilanciare a tutte le vostre mailing list.



I due incontri, a Faenza e a Ravenna, saranno per noi occasione di riflessione anche sul quadro politico-istituzionale italiano dopo le elezioni europee e amministrative.

Ritroviamoci in tante/i.

Saluti.

Angelo Morini
Paola Patuelli



COMUNICATO STAMPA


REFERENDUM ELETTORALE DEL 21 GIUGNO:

A CHI GIOVA?



Iniziativa pubblica con Pancho Pardi

a Faenza e a Ravenna




I Comitati in Difesa della Costituzione della Provincia di Ravenna continuano la mobilitazione per informare la cittadinanza sul significato del prossimo referendum elettorale del 21 giugno. E’ stato messo a punto un Quaderno Informativo, già in distribuzione e a disposizione di chi voglia informarsi presso la sede del Comitato di Ravenna, Via G. Rasponi 5, che illustra il significato del referendum, che non abroga il “porcellum”, legge pessima, ma lo modifica peggiorandolo. Se il referendum del prossimo 21 giugno vedesse la vittoria del SI, avremmo una legge peggiore della legge Acerbo che aprì la strada al fascismo e della “legge truffa” dei primi anni Cinquanta e, in tal caso, UN SOLO PARTITO, minoritario nel paese e maggioritario in Parlamento potrebbe modificare la Costituzione, anche stravolgendola, senza più il ricorso al referendum popolare.



I Comitati in Difesa della Costituzione, coerentemente con la vittoria referendaria del 2006 con cui fu salvata la Costituzione da una grave “aggressione” che impedì, in quel momento, una pericolosa deriva autoritaria, intendono dare alla cittadinanza le necessarie informazioni, e propongono una iniziativa dal tema Referendum sulla legge elettorale: a chi giova?, con la partecipazione del senatore Pancho Pardi dell’esecutivo nazionale dell’Associazione Salviamo la Costituzione, il prossimo 12 giugno, articolata in due distinti appuntamenti, per raggiungere il più ampio numero possibile di cittadine e di cittadini:



a Faenza, alle ore 17,30, nella Sala delle Associazioni, Via Laderchi 3, introduce Alessandro Messina presidente del Comitato di Faenza;



a Ravenna alle ore 21, nella sala Forum della Seconda Circoscrizione, Viale Berlinguer 11, introduce Maria Paola Patuelli, presidente del Comitato di Ravenna.



LA CITTADINANZA è INVITATA



Comitati in Difesa della Costituzione della provincia di Ravenna

8 giugno 2009

Il referendum e la Costituzione

Da: "comitatopromotore@salviamolacostituzione.it"

Documento approvato dal Consiglio direttivo dell’Associazione “Salviamo la Costituzione” il 9 giugno 2009

Il Consiglio direttivo dell’Associazione “Salviamo la Costituzione” conferma la valutazione fin dall’inizio espressa sul referendum elettorale del 21 giugno.
La vigente legge elettorale espropria gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti e affida alle segreterie dei partiti il potere di nominarli dall’alto ; rompe il rapporto tra gli eletti, il territorio e le comunità locali; riduce drasticamente il pluralismo politico e quindi la rappresentatività delle istituzioni; premia eccessivamente la lista o la coalizione più forte. Si tratta dunque di una legge che per molti versi contrasta con i principi e i valori di democrazia e libertà della nostra Costituzione repubblicana, come la Corte costituzionale ha rilevato nella motivazione della sentenza con la quale ha dichiarato l’ammissibilità del referendum.

La legge che uscirebbe da una eventuale vittoria del SI nel referendum del 21 giugno non eliminerebbe nessuno di questi difetti dell’attuale legge elettorale. Anzi, aumenterebbe le distorsioni in senso ultramaggioritario da essa prodotte, rendendo più agevole l’approvazione di riforme costituzionali di parte. Dunque non ne ridurrebbe, anzi ne aumenterebbe i vizi di costituzionalità, come pure la Corte Costituzionale ha sottolineato nella ricordata sentenza.

L’Associazione “Salviamo la Costituzione”, in coerenza con i principi e i valori di difesa e attuazione della Costituzione, che la portarono a promuovere il vittorioso referendum costituzionale del giugno 2006, continuerà fino al 21 giugno, tramite i propri circoli e associazioni in tutto il paese, a informare i cittadini sugli elementi di incostituzionalità della vigente legge elettorale e di quella che uscirebbe da un successo del referendum. Invita i cittadini a valutare queste informazioni nel decidere il proprio comportamento di fronte al referendum.

martedì 9 giugno 2009

Un forte impegno per il fallimento del Referendum Guzzetta

Da: Corrado Mauceri

Coordinamento dei Comitati locali per la difesa della Costituzione

Un forte impegno per il fallimento del Referendum Guzzetta e per la difesa della Costituzione


Essendo stato candidato a Firenze per le elezioni comunali nella lista di SINISTRA PER LA COSTITUZIONE ho ritenuto doveroso astenermi dal prendere iniziative per il Comitato di difesa della Costituzione; ora però conclusa la tornata elettorale ed essendo incombente un referendum liberticida che ripristina le leggi del periodo fascista penso che i Comitati per la difesa della Costituzione debbano mobilitarsi per fare fallire il referendum.

Purtroppo il PD, che pure è stato tra i soggetti promotori dei Comitati per la difesa della Costituzione, ha deciso di dare l’indicazione favorevole per il SI' a tale referendum.

Una tale scelta che viola il principio del pluralismo politico sancito nella nostra Costituzione è però incomprensibile e preoccupante; in ogni caso non può esimere da un forte impegno i Comitati per la difesa della Costituzione che devono, a mio avviso, mobilitarsi in ogni caso per la difesa e l’attuazione della Costituzione da qualsivoglia parte venga l’attacco e, tanto più, quando l’attacco viene da PdL e PD insieme.

Mentre sarebbe auspicabile un’autorevole presa di posizione da parte dell’Associazione nazionale "Salviamo la Costituzione", in ogni caso riterrei opportuno che i Comitati locali socializzassero le iniziative promosse sia per e-mail sia con opportune riunioni regionali.

Penso però che, dopo la consultazione referendaria, sarà opportuno incontrarsi perchè la Costituzione e con essa la democrazia è attaccata da ogni parte.

Io proporrei come data possibile uno dei primi giorni di luglio; per la sede ovviamente Firenze è disponibile, ma siamo a disposizione a spostarci anche in una meno calda (che sia però facilmente accessibile).

In attesa di un vostro riscontro vi saluto cordialmente.
p. il Coordinamento dei Comitati Locali per la difesa della Costituzione Corrado Mauceri

mercoledì 25 febbraio 2009

"Prove tecniche di regime" - articolo di Domenico Gallo

trasmetto un mio articolo pubblicato da La Rinascita del 19 febbraio


Prove tecniche di regime
di
Domenico Gallo


Il processo politico verso l’instaurazione di una dittatura della maggioranza [1], iniziato con l’avvento della nuova maggioranza politica uscita dalle elezioni del 2008, ha subito una drammatica accelerazione nella settimana che va dal 5 al 10 febbraio. Si è iniziato con l’attacco più grave alla prima parte della Costituzione che sia mai avvenuto dal 1948 ed appena la manovra è riuscita si è passati immediatamente ad assestare un colpo di maglio ai principi fondamentali che reggono l’ordinamento democratico: la divisione dei poteri e la laicità dello Stato.

Ma andiamo per ordine. Con l’approvazione in Senato, il 5 febbraio scorso del disegno di legge governativo che rientra nella seconda parte del c.d. “pacchetto sicurezza” sono state introdotte misure persecutorie nei confronti dei gruppi sociali più deboli (immigrati, Rom, senza casa), contrabbandate come misure volte ad accrescere la sicurezza collettiva, che nel nostro paese non si vedevano dai tempi delle leggi razziali. Anzi sepolti sotto una valanga di norme spazzatura sono stati riesumati – nel silenzio tombale della generalità dei media, salvo un grido d’allarme sollevato da Famiglia Cristiana - due specifici istituti previsti dalle leggi razziali del 38, cambiando soltanto l'oggetto della discriminazione. Si tratta del divieto dei matrimoni misti e del Registro degli indesiderabili.

Con l’art. 1 del Regio decreto legge del 17 novembre 1938 (provvedimenti per la difesa della razza italiana) fu sancito il divieto dei matrimoni misti. ("il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito").

Adesso è tornato lo stesso divieto, introdotto in forme mascherate attraverso l'impossibilità giuridica per gli stranieri, che non siano titolari di un valido permesso di soggiorno, di contrarre matrimonio. In questo modo traverso è stato riesumato il divieto dei matrimoni misti (fra cittadini italiani e cittadini extracomunitari in condizione di irregolarità amministrativa).

Nel luglio del 1938 fu istituita presso il Ministero dell'Interno la Direzione generale per la Demografia e la Razza (Demorazza), con il compito di provvedere al censimento della popolazione ebraica presente in Italia, e quindi di mantenere ed aggiornare il registro degli ebrei.

Col pacchetto sicurezza è ritornato lo stesso istituto, rivolto ad una speciale categoria di soggetti indesiderabili, infatti l'art. 44 del disegno di legge prevede l'istituzione presso il Ministero dell'Interno di un registro dei senza casa.

Ma a cosa serve un registro dei clochard? La storia ci insegna che il registro degli ebrei fu molto utile alla SS, che trovarono gli elenchi già pronti. Forse un domani il registro dei clochard potrebbe tornare utile alle ronde che la stesso provvedimento di legge istituisce (art. 46) per contribuire al presidio del territorio. Del resto l’istituzione delle ronde assomiglia molto ad un altro istituto della legislazione fascista col quale fu legalizzato lo squadrismo: l’istituzione della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, attuata con il decreto legge n. 31 del 14 gennaio 1923.

Tuttavia la fantasia dei legislatori leghisti del nostro tempo si è spinta anche oltre gli istituti previsti dalle leggi razziali, introducendo ulteriori misure discriminatorie di cui non vi era traccia nella legislazione razziale. Con la nuova legislazione gli appartenenti alla razza degli immigrati extracomunitari, non dotati di titolo di soggiorno, non possono compiere atti di stato civile. Questo significa che una donna che partorisce, non potrà riconoscere il proprio figlio naturale, che nascerà come figlio di nessuno, e quindi verrà tolto alla madre naturale ed affidato ad un istituto. Inoltre con l’abolizione del divieto di segnalazione, la popolazione degli immigrati in condizione amministrativa irregolare (e si tratta di centinaia di migliaia di persone) viene di fatto privata dell’accesso agli ospedali ed ai trattamenti sanitari basilari.

Potrebbe sembrare un paradosso ( ma non lo è) il fatto che proprio mentre si escludevano i vivi dall’accesso alle cure mediche, contemporaneamente il Consiglio dei Ministri deliberava, il 6 febbraio, un “decreto legge” per impedire ai morenti di morire con dignità, condannandoli a subire trattamenti sanitari irrinunciabili.

In realtà non c’è soluzione di continuità – in senso politico – fra le misure persecutorie del pacchetto sicurezza e l’affondo istituzionale praticato con la strumentalizzazione del corpo e della sofferenza della povera Eluana Englaro.

Il primo provvedimento mirava a fare una breccia del principio portante della I parte della Costituzione: l’eguaglianza, reintroducendo nel nostro ordinamento una congerie di misure che producono discriminazione, rompono l’universalità dei diritti e creano degli status differenziati nel godimento dei diritti, cancellandone il fondamento di inviolabilità. Il secondo provvedimento mirava a demolire le colonne portanti della II parte della Costituzione, vale a dire ad immutare l’ordinamento democratico, realizzando nella costituzione materiale, per fatto compiuto, quelle riforme della forma di Governo che il referendum del giugno 2006 aveva affossato, cancellando la riforma costituzionale voluta dalla “casa della libertà”.

Non era mai accaduto nella esperienza costituzionale della Repubblica italiana, che un Governo deliberasse un “decreto legge”, ingiungendo pubblicamente al Capo dello Stato di emanarlo e sottoponendolo ad un ricatto morale di una violenza inaudita: o firmi o sei un assassino.

Da un punto di vista meramente giuridico è la prima volta che si verifica un fatto concreto che potrebbe essere inquadrato in quella fattispecie astratta che il codice penale definisce come “offesa alla libertà del Presidente della Repubblica” (art. 277 c.p.).

Tuttavia, non essendo punibili gli autori, senza l’autorizzazione del Parlamento, il richiamo alla norma penale costituisce solo un parametro per valutare il carattere manifestamente eversivo dell’aggressione portata ai poteri di garanzia del Capo dello Stato.

Nella riforma costituzionale del 2005, non a caso il Capo dello Stato veniva spogliato dei suoi poteri di garanzia, messo in mutande, secondo una colorita espressione di Oscar Luigi Scalfaro, ed i suoi poteri (scioglimento delle Camere, emanazione di decreti legge, etc) venivano concentrati nella mani del Capo politico, che da Presidente del Consiglio si trasformava in Primo Ministro, come era già avvenuto, nella Storia d’Italia al cav. Benito Mussolini, con la legge 24/12/1925 n. 2263, con la quale fu modificato lo Statuto Albertino. .

Tuttavia lo “strappo istituzionale” compiuto con la pantomima del “decreto legge” dettato al Capo dello Stato, e poi con la requisizione del Parlamento per aggirare lo stop del Colle, realizzava, per via di fatto, una riforma costituzionale molto più incisiva di quella fatta approvare alla Camere nel 2005.

La portata simbolica (e pratica) di tale strappo è enorme. Infatti con un unico atto, il Capo politico, esercitante le funzioni di Presidente del Consiglio dei Ministri, concentrava nelle sua mani i Poteri di controllo sull’emanazione dei decreti legge, sottratti al Capo dello Stato, si attribuiva il potere d’eccezione di annullare sentenze della Cassazione passate in giudicato, e quindi di ricondurre la giurisdizione nel suo alveo, ed infine demoliva il principio portante della laicità dello Stato.

Infatti dal punto di vista dei contenuti il decreto legge Englaro (nonché l’attuale disegno di legge in discussione in Parlamento), è una inconcepibile normativa “contra personam”, volta ad annullare l’irriducibile alterità della persona umana, derivante dal principio personalistico, che costituisce il caposaldo della laicità dello Stato. Questa normativa, imbracciando il fucile dell’integralismo religioso, reintroduce una sorta di “Stato etico”, cioè una situazione in cui l’ordinamento, in nome di una superiore concezione etica, si attribuisce la facoltà di violare i diritti fondamentali della persona, che viene strumentalizzata ed asservita ad una concezione dominante. In questo modo si realizza una rivoluzione copernicana volta ad annullare le conquiste dal costituzionalismo moderno, che aveva posto l’uomo e la donna (cioè la persona) a fondamento del diritto.

Questo strappo, per ora non è riuscito, in quanto arginato dalla reazione del Capo dello Stato e dalle vicende naturali che hanno sottratto il corpo della povera Eluana allo sciacallaggio politico della macchina del regime.

Lo sfondamento è solo rimandato: rimane solo da chiedersi se le forze democratiche usciranno dal letargo: se non ora quando?

[1] Cfr Autori vari, La Dittatura della Maggioranza, Chimienti Editore, Taranto, 2008

Re: Report su Associazione 'Salviamo la Costituzione'

Da: Domenico Gallo

Nadia Norcini ha messo il dito nella piaga.
Io alla riunione del Direttivo dell'Associazione avevo proposto due temi di mobilitazione per campagne politiche: la denunzia delle nuove leggi razziali e la mobilitazione contro il referendum Guzzetta, che fra qualche settimana sarà indetto e quindi dovremo farci comunque i conti. Poichè si tratta di temi politici che non possono essere elusi, comunque ci sarà una mobilitazione sul territorio di soggetti vari (basti pensare alla lotta delle associazioni dei medici contro l'abolizione del divieto di segnalazione), i comitati presenti sul territorio possono intercettare questa domanda politica e promuovere o partecipare alle campagne politiche che comunque si svilupperanno.
Domenico Gallo

martedì 24 febbraio 2009

Re: Report su Associazione 'Salviamo la Costituzione'

Da: Francesco Baicchi

Mi rendo conto che i ritmi e i toni della Associazione sono lontani dai
nostri, ma credo che dobbiamo prenderne atto, accettando che lo stesso
obiettivo possa essere perseguito con strumenti diversi.
Eviterei di ricadere nella vecchia mania (in particolare della sinistra) di
considerare avversari o 'traditori' quanti usano un linguaggio diverso pur
essendo dalla nostra stessa parte. Mi pare che i risultati li stiamo già
vivendo.

L'Associazione, anche per i ruoli rivestiti da molti suoi membri (in
particolare magistrati e docenti, ma anche parlamentari, ecc...) tende ad
esaltare alcuni aspetti formali, ma non per questo sarebbe meno essenziale,
per esempio, in una nuova battaglia referendaria.
Per quanto riguarda il referendum Guzzetta: anch'io ricordo una presa di
posizione netta, che sicuramente ritroverò quanto prima; comunque la
posizione nel merito (contro) non è sicuramente mutata, come non è mutato il
giudizio negativo sulla legge attuale. Dal punto di vista operativo non
credo però che verrà compiuta una scelta ufficiale fra il voto contrario e
l'astensione (eticamente riprovevole ma sicuramente più efficace).

Non credo nemmeno che all'Associazione possiamo chiedere di entrare nel
confronto politico con quanti nel governo Prodi hanno ritenuto di non
presentare una proposta di nuova legge (non mi sembra che su posizioni
'tiepide' ci fosse solo il PD), né di sostenere una propria proposta, perché
questo non é il suo ruolo.

Per concludere: non vedo contraddizione fra il lavoro che può fare
l'Associazione e quello della Rete dei Comitati, che sono entrambe
essenziali e possono utilmente sommarsi, in particolare se si evita di
identificarsi con posizioni rigidamente 'partitiche', che escluderebbero la
massa di quanti oggi non si riconoscono in nessuna delle attuali forze
politiche.

Detto questo: si può sempre fare meglio e tutti i suggerimenti e le critiche
sono utili. Continuiamo così.
Saluti

Baicchi